Oltre il confine del reale in fotografia: il peso dell’anima di ogni scatto

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La fotografia e i suoi limiti. Quali sono i confini? Qual è il confine del reale in fotografia? Come possiamo valutarlo? Partiamo da una prima domanda a cui dare una risposta: qual è la prima cosa che vi viene in mente se, nel campo della fotografia, tiriamo in ballo il concetto di peso? Sono sicuro che la maggior parte di voi lettori non esiterà a pensare allo spazio occupato all’interno di una memoria: in soldoni, si penserà ai Kilobytes e Megabytes. D’altronde è proprio questa la definizione che, in uso comune, si associa al concetto di “peso di un file”.

Le nostre reflex, i nostri cellulari, i nostri computer e persino i servizi di cloud online sono perennemente pieni a causa della mole di fotografie che siamo soliti conservare al loro interno. Servizi come Google Drive, Skydrive e iCloud (qui un articolo attinente) sembrano sempre più vicini al collasso, intenti a preservare ricordi, foto di gruppo o semplici selfie che rappresentano ormai la nostra quotidianità. Tutte queste foto occupano gli spazi perché, nel complesso, fanno peso.

Ricordo con nostalgia la fotografia analogica: la quantità di foto scattate era estremamente minore a quella attuale, a causa del prezzo dei rullini e del loro sviluppo. Ognuna di quelle foto era studiata, ragionata e scattata solo quando si era sicuri di quello che si stava facendo (era in fin dei conti più facile valutare il confine del reale in fotografia). Non è di certo mia intenzione criticare la fotografia moderna che utilizzo quotidianamente e con grande piacere ma permettetemi di dire che ciascuna di quelle foto, a parer mio, aveva un “peso” di parecchie volte superiore a quello delle foto attuali, trascendendo il puro concetto fisico del termine.

Se le foto avessero avuto “massa” (ecco, questo è il miglior modo per definire il concetto fisico di peso), a quest’ora non riusciremmo a sollevare il nostro cellulare e l’intero mondo collasserebbe sotto il peso dei nostri selfie quotidiani.

Gli esperti del settore ci dicono che le fotografie digitali non hanno massa fisica, occupano solo uno spazio virtuale su un disco, e non sono altro che degli interruttori semiconduttori che possono occupare due stati: ON e OFF, 1 e 0 (come il codice binario ci insegna). Da questa spiegazione, si deduce dunque che una fotografia non aggiunge del peso in una memoria o in un dispositivo ma si limita ad attivare e disattivare questi interruttori, creando una sequenza di 0 e di 1 che compone la nostra fotografia.

confine del reale in fotografia
By: Mark GstohlCC BY 2.0

Jeffrey Will, un ingegnere informatico, ci insegna che una fotografia trasforma un insieme disordinato di questi interruttori in un insieme ordinato. Se prendessimo alla lettera questa teoria, dovremmo ammettere che effettivamente nessuna fotografia ha peso perché scattando una foto non viene “creata altra materia”, ma viene semplicemente trasformato qualcosa di esistente (in questo caso l’insieme di 0 e 1) secondo la legge di conservazione della massa di Lavoisier.

Una teoria molto interessante è quella portata avanti da alcune culture che credono che, una fotografia, sia in grado di rubare parte dell’anima del soggetto. Tralasciando l’aspetto “oscuro” di questa teoria, potremmo usare proprio questo concetto per avvalorare la nostra tesi.

Nel 1901, il Dr. Duncan MacDougall cercò di misurare il peso dell’anima di un corpo umano. Come è possibile tentare una simile misura? Semplice, il Dr. MacDougall misurò in maniera estremamente precisa il peso dei suoi pazienti prima e dopo la morte. Effettuando una media statistica tra i risultati ottenuti notò che, come conseguenza alla morte, i pazienti facevano registrare una perdita di peso pari a 21 grammi. Il peso dell’anima, che era tutto ciò che i pazienti perdevano al termine della loro vita.

Se da un lato possiamo tranquillamente non credere che una fotografia rubi realmente l’anima di un soggetto, dobbiamo ammettere che ci sono foto che, per noi, hanno sicuramente più valore di altre, più “peso”. Ecco, questo è il giusto significato da attribuire in questo caso alla parola “peso”. Un peso soggettivo che indica il valore, il grado d’importanza di un determinato scatto.

E cos’è che cambia il peso di questa foto, che distingue un normale scatto, da un ottimo scatto, a cui teniamo particolarmente (e qui torniamo a parlare circa il confine del reale in fotografia)? La presenza dell’anima di quella determinata foto. E, come ha tentato di dimostrare il Dr. MacDougall, l’anima ha un proprio peso, una propria massa.

D’altronde non abbiamo bisogno di vedere qualcosa per credere che esista: l’aria che respiriamo, non la vediamo ma c’è; la rete wireless non la vediamo ma c’è; così come le microonde, il segnale FM e tante altre cose. Perché dunque non credere a questa implicazione, sicuramente metafisica ma con fondata su dei presupposti più che sensati? O volete farmi credere di non avere uno scatto a cui tenete particolarmente, in cui vi è intrappolato un pezzo della vostra anima, dei vostri sentimenti, o di quelli di chi è rappresentato? Qual è per voi il confine del reale in fotografia?

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Nato come grafico, mi sono subito appassionato al mondo del foto ritocco, quando il mio unico mezzo fotografico era il mio cellulare (ormai non era più tempo di scattare con i rullini, il mondo digitale aveva preso il suo monopolio). Ho iniziato gradualmente ad apprezzare sempre di più quest’arte quando ho avuto per le mani la mia prima bridge Fujifilm con cui ho sperimentato diversi stili di fotografia. Al momento sono inseparabile dalla mia Nikon che, nonostante sia un’entry level, mi ha aperto una nuova finestra sul mondo.